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lunedì 5 agosto 2013

BLASFEMIA.

Ammesso e non concesso che esista un punitore per questi fantomatici peccati capitali, quante di queste colpe sono realmente attribuibili a noi?
Secondo la scienza siamo frutto dell'evoluzione, secondo la religione siamo una scelta del Signore.
Una scelta azzardata visti i risultati discutibili, ma nessuno è immune dagli errori.
Quattro piccoli medaglioni, rappresentanti la Morte di un peccatore, il Giudizio Universale, l'Inferno, il Paradiso, sono disposti agli angoli della tavola, circondando un cerchio più grosso dove sono raffigurati i vizi capitali e, nella "pupilla", Cristo che si erge dal proprio sepolcro, entro un fascia di raggi dorati che simboleggiano l'occhio di Dio. Sotto questa figura, si nota una scritta in latino: "CAVE CAVE DEUS VIDET" (Attenzione, attenzione, Dio vede ).Le sette scene dell'"iride" mostrano questi peccati capitali ciascuno con la propria indicazione in latino: in basso si trova l'ira, poi in senso orario Invidia, Avarizia, Gola, Accidia, Lussuria e Superbia.
Perché il Santissimo, dovrebbe aver dato vita a una specie vivente capace di commettere tali errori?
Il libero arbitrio è solo una scusa discolpante, visto che ci è impossibile scegliere di non peccare...
Anche il Papa è un peccatore.
Lussuria: è ricco da fare schifo e vive nei ricami d'oro e nei troni che valgono più di casa mia.
Superbia: anziché prostrarsi ai piedi degli altri, viene lodato come fosse lui stesso un Dio dimenticando che è solo un portavoce che dovrebbe comportarsi nel modo più simile possibile a Cristo, così da dare l'esempio.
Gola: con decine di cuochi dietro, è difficile per un signore anziano darsi una regolata nell'alimentazione.

Perché esser incolpati di un qualche peccato, quando è stato lo stesso Cristo a darci la possibilità di errare?
Adamo ed Eva si trovarono di fronte ad un serpente che parla in un albero di mele piantato dal Santissimo.
Non fu Cristo dunque, a indurci nell'errore?
Il consiglio di non mangiare la mela, una pacca sulla spalla e amici come prima. Ma per favore!
Scegliere tra il vivere sotto la schiavitù di un Dio, in un noioso prato abitato da sole due persone, pieno di regole e di punizioni se infrante e completamente ciechi. O scegliere una vita di bivi la cui meta è una posizione orizzontale nella bara pagata anche cara dai nostri familiari.
Non potevamo avere una qualche opzione migliore?
Condannati in un prato o condannati in terra.
E' Dio il vero peccatore.
Avaro e meschino tenne per lui il segreto della resurrezione, agevolando solo se stesso quando fu il momento.
Non ci insegnò a moltiplicare i cibi o trasformarli, così da ridurci a combattere per un pezzo di pane e morire di fame o di sete.
Non ci insegnò a camminare sull'acqua, così da spazzarci via con il diluvio universale.
Non ci spiegò cosa sarebbe successo peccando, così che noi capimmo di poter solo stare meglio vivendo alla giornata.
Tenne per se tutta questa sapienza e saggezza che tanto vantava, usando le sue doti da bravo esibizionista e rendendo così la sua immagine unica.
E' colpa sua, non nostra.

martedì 30 luglio 2013

Paranormale (Story) quarta parte

Sono sempre stato l'elemento da evitare in un gruppo.
Ero quello che nella foto di gruppo teneva gli occhi chiusi ed ero quello che non capiva l'orario della cena di classe così da arrivare che tutti mangiavano.
Però fui felice sotto più aspetti: mi sposai, ebbi due bellissime bambine, e un meraviglioso cagnolino che tutt'ora abbaia nei miei pensieri.

Varcai la soglia dell'ultima stanza del terzo piano, - l'area proibita e sconsigliata -.
Io posso assicurarvi che mentre camminavo verso quella ambigua meta, dentro la mia testa echeggiava una voce amica che mi indicava la via. Ma posso assicurarvelo ora, li per li non ci stavo tanto con la testa...
Entrai e non capirò mai come, ma venni accolto dalla luce artificiale di un mucchio di lampadine situate in un lampadario appeso nel soffitto. C'era la corrente, ed era in piena funzione da chissà quanto visto che di interruttori, non ne avevo vista l'ombra.
Chiusi la porta alle mie spalle lasciando fuori la tenebra regnante.
Era una grande camera da letto le cui pareti presentavano numerosi quadri risalenti a chissà quali antenati locali. Nell'angolo della parete di fronte a me, a sinistra, vi era un grosso specchio la cui cornice bronzea deliziò i miei stanchi occhi.
Un letto ben fatto partiva dal muro esattamente opposto, decorato anche da numerosi disegni di vari colori spenti.
Nonostante l'ovvio poco uso di essa, quella stanza non presentava un filo di polvere bensì appariva fresca e curata, con un'accogliente odore di pulito e una rinfrescante aria fresca ben respirabile.
Mi avvicinai al letto così da testarne il materasso.

Ricordo che era Natale quando successe.
La vigilia, precisamente.
Le due bambine giocavano col cane, mia moglie stava preparando l'abbondante cena e l'atmosfera allegra e festosa regnava incontrastata in quella piccola casa tanto amata da tutti noi.
Ricordo che ero in bagno, e poi in salotto, e poi ancora in bagno: si... Stavo male di stomaco.
Fu un attimo, solo mezzo secondo e tutto prese ad illuminarsi vistosamente.
Erano quasi le otto e non saprò mai cosa avvenne veramente.
In quell'incendio: non persi solo la casa, la cena, la festività o il set di mazze da golf nuovo... Vidi ardere vive le mie bambine, vidi il terrore nei loro piccoli occhi spalancati. Vidi il nostro quadrupede felice correre fuori dall'abitazione e non far più ritorno, era illeso per fortuna.
Era finita. La mia vita era finita.
Svenni per il fumo e ripresi conoscenza giorni dopo sul letto d'ospedale. Erano stati trovati i corpi carbonizzati delle piccole, il cane era stato trovato morto per asfissia poco distante e il cadavere di mia moglie sicuramente era sotto le macerie da qualche parte, nonostante ancora non fosse stato rinvenuto.
Rimasi solo.
Inutile descrivervi i percorsi psichiatrici, psicoterapeutici, gli episodi deliranti e depressivi che ne seguirono.


Mi stesi sul materasso poggiando la testa sul cuscino coperto dalla coperta dal pesante tessuto.
Socchiusi gli occhi respirando a pieni polmoni e lasciando la paura, fluire fuori dal mio corpo stressato e ferito. Sentii ogni muscolo sciogliersi, il cuore che calava i battiti, la testa che pulsava di meno. Sentii sollievo, sentii buon umore.
Poi cominciai a sentirlo.
Era un profumo molto acuto ma estremamente lontano: un odore familiare e di buon gusto.
Mi alzai a sedere, e poi in piedi. Andai verso quello specchio che già dall'ingresso aveva attirato la mia attenzione, e nel farlo, non gli tolsi gli occhi di dosso.
Mi specchiai.
La prima cosa che notai fu il riflesso mancato: non c'ero io. Non c'era nessuno in quel vetro riflettente.
Subito dopo comparse una sagoma, poi una persona. Mi riconobbi.
Era strano... Era come se l'immagine fosse liquida, priva di massa e alquanto distorta.
Mi avvicinai scettico e quando lo feci, l'immagine di una donna comparve accanto al mio riflesso... Più precisamente, era alle mie spalle.
Ricordo che le chiesi chi fosse, e ricordo che attesi qualche buon minuto prima di ricevere risposta.
Aveva il volto coperto da un cappuccio ma dalle curve sinuose del suo corpo, e dai boccoli che fuoriuscivano da quel cappotto scuro, avrei potuto metterci la firma riguardo l'indiscussa femminilità e bellezza.
La voce era seguita dall'eco nonostante la mia non lo avesse.
Mi rispose che sapevo già la risposta, seguendo poi con una piccola risatina.
D'un tratto, uscii dallo stato semi-ipnotico in cui mi sentivo e cominciai a formulare l'ipotesi più assurda e stravagante che mi fosse mai balenata per la testa.
Quando le chiesi se era chi pensavo fosse, la mia voce tremò notevolmente tanto da farmi pentire di aver posto quella domanda.
Non poteva esser lei, non poteva esser mia moglie. Era morta nell'incendio, era bruciata viva insieme alle piccole. Era...
Quando si tolse il cappuccio ogni "era" scomparve, sostituito da un'irrefrenabile voglia di gridare di felicità e paura.
La donna che avevo portato all'altare era alle mie spalle, e io la stavo guardando tramite il riflesso di uno specchio liquido in una stanza con la corrente all'interno di un castello infestato e senza luce.
Interessante!
Mi voltai e con un mix di stupore, felicità, paura, tristezza e non so quali altre emozioni, feci per stringerla.
Prima lo specchio liquido, ora una moglie deceduta aeriforme.
Strinsi il niente e le passai attraverso senza però intaccarne la bellezza e la compostezza...
Mi girai allibito e lei con un mezzo sorriso mi beffeggiò chiedendomi cosa mi aspettavo da una morta.
Non ci capii niente.
Passai qualche istante in perfetto silenzio per poi balbettare spiegazioni.
Era morta il giorno dell'incendio, ma non a causa del fuoco visto che l'aveva appiccato lei stessa.
La vita le era stata tolta per mano autolesionistica.. L'impiccagione dovuta ai rimorsi di aver incendiato una famiglia intera.
Sembrava tranquilla, in pace e in perfetto agio.
Fu li che scoppiai a piangere come un bambino...
Il passato che credevo di aver superato era in realtà più vivido che mai, la donna che credevo di aver sposato non era altro che una ex omicida ora fantasma, le mie bambine non erano state vittima di un incidente ma di un omicidio la cui "preda" dovevo esser esclusivamente io.
Aprii la finestra.
Tre piani non sono pochi, ma quando la fortuna ce l'ha con qualcuno, c'è poco da fare o dire.
Mi schiantai al suolo del prato esterno al castello a un'elevata velocità, perdendo i sensi ma non la vita.
Quando mi risvegliai ero nuovamente nel letto d'ospedale.
Avevo perso l'uso delle gambe.
Nei giorni seguenti persi ogni forma di reputazione viste le vicende che avevo vissuto che, secondo gli altri, erano fandonie.
La mia dignità andò a mancare colpita dalla consapevolezza di aver fallito come marito e come padre.
Tutt'ora, a distanza di quindici anni, non riesco a muovere le quattro dita della mano sinistra nonostante non vi sia nessuna frattura né arrossamento della pelle.
Ho una mano esteticamente perfetta e dall'ossatura intatta, inutilizzabile senza un motivo preciso. I medici non ne hanno la più pallida idea.
Non saprò mai perché tutto ciò avvenne, non saprò mai perché lei voleva farmi fuori, non saprò mai se qualcun'altro ha vissuto ciò che ho vissuto io dentro quelle mura o altrove.
Non tornai mai più in quel castello.
In quell'inverno sono morto dentro, e non rinascerò più.
Mai più.

Paranormale (Story) terza parte

Non so dirvi perché ce l'avevano tanto con me.
Forse avevo violato la loro dimora, forse si annoiavano, forse ero sotto certi aspetti impuro per i loro famelici gusti.
Era arrabbiato e io ero in pericolo, solo che ancora non lo sapevo...
Quella notte la passai nella mia camera, non vi dico che dormii bene perché non chiusi occhio.
Le immagini più disparate si facevano largo nella mia fervida immaginazione: film visti da adolescente, storie lette o raccontatemi da amici ormai dimenticati, fantasie fatte nelle notti più agitate.
Non sapevo come uscirne... Non conoscevo la zona quindi uscirsene da soli dal castello era poco consigliato, il cellulare era scarico da quattro giorni e come ho detto non vi era corrente e non c'erano telefoni fissi per lo stesso motivo.
In pratica ero bloccato in un castello disabitato, in compagnia di chissà quanti demoni o fantasmi che si divertivano ad usarmi come preda per chissà quale sporco gioco.
Mi pare di ricordare che verso le quattro del mattino, una volta messo a sedere sul materasso, presi a studiarmi la mano violacea.
Non ricordavo benissimo cos'era successo dentro quella cantina ma ciò di cui ero sicuro, era che di certo non avevo fatto movimenti così letali per la mia povera mano, né ricevuto botte di questo calibro...
Mi sciolsi l'ingessatura improvvisata accompagnando i movimenti con una visibile smorfia di dolore; presi a studiarmi la gonfia e colorita pelle che ricopriva quelle povere e ormai morte nocche.
Non riuscivo a muoverla manco un pò ed era frustrante visto che nella situazione in cui mi trovavo, avevo bisogno di tutto l'appoggio possibile dal mio corpo non allenato.
Osservai il palmo, poi dorso, poi ancora palmo. Non vi era spiegazione... Avevo quattro dita rotte e non me ne capacitavo.
Poggiando delicatamente il polso sul materasso, mi distesi cercando di rilasciare tutta la stanchezza accumulata nei giorni precedenti: quello che volevo era solo dormire e svegliarmi con la mano a posto, il solito sole allegro e un sorriso a trentadue denti. Consapevole del fatto che era stato tutto un brutto sogno, ovviamente.
Erano forse passati trenta minuti quando lui mi svegliò.
La coperta che nascondeva il mio corpo fino al collo venne strappata via e lanciata in fondo alla stanza, la finestra si appannò completamente e tutte le ante degli armadi, porta della stanza compresa, si aprirono di botto provocando un frastuono allucinante.
Una folata di vento mi colpì in pieno volto e con essa, la voce più tetra e grave che avessi mai udito.
"Non puoi, non qui!". Ricordo che mi gridò questo, ricordo che me lo gridò a un centimetro dalla faccia e ricordo che non vidi niente ma la sensazione di avere un volto davanti, era più forte di qualunque altra cosa.
Io ricordo solo che il dolore della mano sparì, coperto dal più totale terrore.
Sbattei la schiena contro lo schienale del letto, quasi a volermi allontanare da quella mostruosa entità.
Le ante e la porta si chiusero seguite dallo stesso botto di quando si erano aperte, i vetri tornarono lucidi di colpo e la coperta mi venne lanciata nel volto.
Io non so cosa avvenne quella notte, so solo che non riuscirei manco volendo a descrivere il terrore che provai... L'impotenza era completa e non vi era speranza. Non ne avevo più.
Forse svenni, non lo ricordo bene.
Non so nemmeno quanto tempo dopo mi svegliai.
Forse era passato un intero giorno, forse due, forse solo qualche ora: era però giorno ed era caldo.
Aprii gli occhi e la prima cosa che notai, fu l'orologio fermo alle 4:42 del mattino. Anche quello che tenevo al polso era bloccato in quell'orario insolito... Che fosse stata quella l'ora in cui ero stato "minacciato" ?
Mi guardai intorno intontito, la mano era più gonfia e viola di prima e rimettere a posto l'ingessatura fu veramente dura.
Non so perché ma lo sguardo mi cadde sul foglio da disegno che mi aveva spaventato giorni prima... Io ero sicuro che oltre all'armatura vi fosse l'ombra di un bambino nel muro. Ne ero certo! Eppure non ve n'era traccia... Ora somigliava in tutto e per tutto al mio disegno effettivo.
Quando la speranza ti lascia, perdi la voglia di fare tutto; non sei veramente vivo ma non sei manco veramente morto. Sei solo in piedi, lì, intento in qualunque cosa tu stia facendo, senza però sapere il vero motivo per cui lo fai. Mangi, ma potresti non farlo. Dormi, ma potresti non farlo. Vivi, ma potresti non farlo.
Non c'è scopo.
Non c'è rimedio.
Non c'è niente.
Imboccai il corridoio come un sonnambulo e, camminando scalzo, raggiunsi le scale.
Scesi al terzo piano: era proibito.
Secondo il calendario dovevo rimanere in quel castello ancora tre settimane, quattro gironi e qualche ora, secondo la mia testa non avrei retto altre dodici ore.
Era buio, ma non avevo a che fare con una tenebra impenetrabile bensì con un flebile gioco di luci provenienti dall'esterno, e ombre viventi all'interno.
Ai piedi dell'ultimo scalino partiva il fresco tappeto rosso, che copriva il solito parquet dell'ennesimo interminabile corridoio.
Ero nella zona sconsigliatami dal datore di lavoro, ciò che non riuscivo a capire era il motivo e dunque, date le mie voglie morte di vivere, tanto valeva andarsene con una soddisfazione. Una sola.
Cominciai a percorrere il corridoio verso la porta che si intravedeva nel fondo.
Era un minuto ingresso, ma ciò che mi insegnò, è che non si deve mai seguire la curiosità: è indice di male, peccato di gola, è sbagliato.
Io sbagliai. Aprii quella porta, e facendolo, mi condannai.
Era finita.

FINE TERZA PARTE.

lunedì 29 luglio 2013

Paranormale (Story) seconda parte

Ero in quella cucina da solo, in quel castello disabitato, in quella collina vuota, in quella zona deserta, e qualcosa aveva appena pronunciato il mio nome.
Non avevo mai preso in considerazione la possibilità di un fenomeno paranormale, dato che se ci avessi pensato, non avrei accettato così allegramente questo lavoro. Nonostante l'ottima paga.
Ricordo che quella fu una delle giornate più lunghe della mia vita.
Io non avevo il coraggio di aprire quella porta nonostante fosse l'unica cui potevo accedere, vi spiego: il castello era diviso in tre aree.
L'area uno comprendeva una parte del primo e secondo piano, e quattro stanze del quinto.
L'area due comprendeva il resto del primo piano, tutto il quarto piano e l'altra parte del quinto.
L'area tre comprendeva il resto del secondo piano e tutto il terzo, era a me proibita.
Non seppi mai né perché era diviso in tre, né perché avevo accesso solo a due parti, quello che so, è che in quella cucina c'erano due porte: una portava all'area uno e l'altra all'area tre.
Ero dunque di fronte a un bivio: infrango le regole addentrandomi in una zona sconosciuta e "sconsigliata" -così l'aveva presentata il mio datore- , o affronto il corridoio dietro la porta dal quale era provenuta la voce tanto fredda?
Scelsi di non scegliere.
Pulito lo schifo sul tavolo, sparecchiai e lavai i piatti da me usati; non era una cosa che amavo fare ma mi era d'obbligo. Le finestre enormi permettevano alla luce solare di illuminare la stanza, e al contempo tenermi compagnia. Amavo il bel tempo.
Quattro ore dopo, -lo so perché l'orologio a pendolo era tutto ciò che avevo da guardare- invaso dalla noia, decisi di tirare a sorte. Il famoso ambarabaccicciccoccò mi consigliò di tornare all'area uno, ma la paura consigliò l'opposto così provai, incoraggiato dalla piccola voce nella mia testa che ripeteva "non c'è niente che non va, è solo la solitudine", ad aprire la porta proibita.
Non c'erano chiavi in quel castello. In nessuna porta, manco nei bagni ed è un'altra cosa che non capirò mai.
La cosa divertente, è che non c'erano manco serrature.
Scricchiolante, lenta e pesante, si aprì. La luce solare entrò appena in quel buio pesto che mi accolse...
C'era odore di chiuso e molta, molta polvere. Lo so perché le mie narici protestarono procurandomi due potenti starnuti: di quelli che ti portano a ridere nelle serate con gli amici.
La mano destra reggeva il candelabro, la sinistra e non so come mi venne in mente, un coltello per il pane.
Mi faceva sentire al sicuro, forte e magari anche un pò figo.
Le candele mi rivelarono la verità su quella stanza, e devo ammettere che rimasi alquanto deluso: era una cantina... Vini di ogni genere occupavano le tre pareti restanti. Erano tutti coperti da grossi strati di polvere e molti presentavano anche ragnatele voluminose.
Abbassai l'arma e sorrisi dandomi dello sciocco: come avevo fatto a spaventarmi per così poco? Stupide voci causate dalla solitudine, stupidi attacchi di freddo magari dovuti a cali di pressione e aree private che nascondevano solo buoni vini. I padroni tirchi volevano sicuramente preservare la loro collezione da ricconi.
Risi pensando a quel panzone di un datore di lavoro che aveva definito "sconsigliata" l'area tre, risi pensando a quel castello abitato solo da ragni e insetti, risi pensando a quanto dovevo esser ridicolo ad aver paura di una cantina grande quanto un bagno.
Poi qualcosa rise con me e io smisi di farlo.
Non somigliava alla voce udita ore prima, non somigliava a una voce umana, non so manco se somigliasse a qualcosa visto che rimasi shoccato dal sentire che proveniva dalle mie spalle.
C'era qualcosa, ed era esattamente dietro di me.
Lentamente mi girai, l'espressione che assunsi credo possa esser paragonata a un pesce lesso...
Notai che non c'era niente, ma a quel punto mi era chiaro il fatto che o ero diventato pazzo, o qualche fantasma era venuto a farmi visita.
La porta si chiuse di scatto e la folata di vento causata da essa, spense tutte e cinque le candele del mio candelabro... A quel punto sollevai il coltello davanti a me ed iniziai a gridare. Credo d'aver chiesto chi c'era o qualcosa del genere, ma non ne sono sicuro ormai.
L'eco della risata continuò sempre più forte anche se ormai mi era impossibile capire la posizione della fonte...
Il timbro vocale aumentò di volume, e ancora, ancora e ancora fino a tornare a zero di colpo.
Il mio udito era partito di nuovo e questa volta la testa mi scoppiava...
Iniziai a piangere e con le lacrime, caddero anche le candele e l'arma.
Ero al buio in una cantina di un castello infestato, in compagnia di un qualche essere ridente che per quanto ne sapevo, poteva uccidermi da un momento all'altro.
Mi accasciai in terra: le mani a coprire le orecchie, gli occhi sigillati, i denti serrati e le ginocchia rannicchiate...
Poi, accadde.
La porta si aprì lentamente permettendo a una flebile luce l'ingresso nella cantina, mi ci volle qualche minuto per realizzare ciò e appena il cervello mi tornò a funzionare, gattonai fuori con una rapidità ai limiti dell'umano.
Sbattei la porta e tornai alla zona lavandino in cui mi lavai repentinamente la faccia impregnata di polvere e bagnata dalle lacrime tutt'ora sgorganti... Poi, un dolore lancinante si impossessò di me.
La mano sinistra, all'altezza delle nocche, era di un viola intenso.
Mi resi conto di non riuscire a muovere le quattro dita soprastanti e non mi ci volle molto per capire che erano tutte rotte tranne il pollice.
La frattura non era scomposta fortunatamente, e il "come ho fatto a romperle" passò in secondo piano visto che il male che mi faceva era acuto e continuo.
La testa non aveva smesso di pulsare il ché coprì in me la consapevolezza che l'udito era tornato chissà da quanto... Misi la mano sotto l'acqua gelata e al contempo mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa con cui improvvisare un'ingessatura.
La mia carriera artistica finì quel giorno.
Non mi ricordo cos'altro successe in quella giornata, so dirvi con certezza che l'ingessatura fu una garza bella spessa e varie stecche che irrigidivano la mano dal polso alla punta delle quattro dita.
Un pò ridicola, primitiva e poco resistente, ma era meglio di niente.
So dirvi anche che quella notte la passai in cucina e che non cenai ne feci colazione il giorno seguente.
Non ricordo se dormii o no, son sicuro di ricordare che non ci furono altri eventi strani: né quella notte, né fortunatamente il giorno seguente.
Forse ora riderete ma... Passai anche le 24 h successive in quella maledetta cucina. Non osavo manco pensare alla possibilità di tornarmene al quarto piano visto che non volevo più avere niente a che fare con gli spiriti.
Due giorni dopo la rottura della mano e la scoperta della cantina, feci il grande gesto di aprire la porta - con molta cautela- che portava alle scale con cui tornarmene alla camera.
Ero terrorizzato e manco respiravo bene, ma con la forza della disperazione si fa tutto, credetemi.
Così raggiunsi e salii le scale.
Così arrivai al quarto piano.
Così mi incamminai per il corridoio nel quale avevo fatto il disegno giorni prima.
Così lui si arrabbiò.

FINE SECONDA PARTE.

Paranormale (Story) prima parte

Questione di vita o di morte.
O meglio: questione di morte.
Il castello non era difficile da raggiungere visto che la strada era stata rifatta da poco e, nonostante le curve di tanto in tanto pericolose, con una moderata velocità si poteva arrivare alla meta senza difficoltà.
Ricordo che era inverno. Mi ritorna alla mente la leggera nebbia che aleggiava intorno al perimetro delle fiere mura, bagnate di tanto in tanto da una pioggia fredda e fitta.
Il quarto piano era il "mio".
Non era casa mia, ero solo il custode.
Il conte cui apparteneva questa dimora era morto anni prima e la famiglia ereditaria non veniva mai se non per qualche vacanza estiva.
Quel castello mi cambiò la vita e non c'è niente, ormai, che io possa fare per tornare quello di prima.
Vi racconterò cos'è successo: non posso mettere dettagli nonostante alcuni siano rilevanti.
Io non so se fu reale o tutto frutto della mia immaginazione: magari sono pazzo. Ciò che so è che persi l'uso delle gambe, persi la mia reputazione, persi la mia dignità, persi la mia voglia di vivere e persi anche il mio passato. Tutto ciò in cui credevo, in cui speravo e tutto ciò che sostenevo, rimase dentro quelle imponenti mura.
Sono passati quasi quindici anni da quell'inverno e tutt'ora il mio sonno viene disturbato da Loro.
Io non ero solo.

La pioggia incessante batteva contro le finestre coperte da tende di velluto bianco. Non era una notte nebbiosa, eppure non potevo vedere oltre il riflesso del mio volto a causa del buio pesto che vigeva in quella zona collinare.
Quando mi diedero il compito di vegliare sul castello mi sentii lusingato: ero protetto da quel capolavoro architettonico e sicuramente, nonostante la solitudine, non mi sarei annoiato visto che amavo lo stile gotico e c'era tanto, tanto da vedere.
La prima settimana passò liscia come l'olio ed ero sempre più esaltato dal mio nuovo impiego. C'era sempre qualcosa da vedere, qualche corridoio strano da percorrere e qualche statua da disegnare.
Amavo disegnare.
Imprimere in un foglio, una tela o una qualunque superficie, qualcosa di eterno. Mettevo tutto me stesso in quelle opere e devo ammettere che ero anche bravino. Le quattro dita rotte che riportai in seguito mi bloccarono e da allora non presi più una matita in mano.
Ricordo la prima volta che uno di loro si fece vivo. Erano le 22:00 e stavo ritraendo un'armatura ornata da ragnatele, in un f4. La matita, mi pare di ricordare, era una semplice HB e devo ammettere che stavo andando alla grande.
Non c'era corrente in quel posto ma non ho mai capito il motivo, forse per i costi elevati.
Ero nel corridoio B: lungo circa trenta metri, con due stanze nella parete destra e dodici armature nella parete sinistra. Il tappeto rosso copriva lo scricchiolante parquet e due lampadari spenti pendevano dal soffitto. Erano enormi.
Io nel mio piccolo me ne stavo seduto di fronte alla quarta, o forse era la quinta, armatura, armato di matita e gomma. Alla mia destra una candela, alle mie spalle altre tre.
Avevo anche una lanternina momentaneamente spenta tra le mie gambe.
Ricordo il suono della mina che scorreva sul foglio bianco, ricordo che era chiaro e forte in mezzo a quel silenzio opprimente. Poi, ricordo che iniziai a non sentirlo più.
C'era solo un flebile fischio tant'è che smisi di disegnare e infilandomi un mignolo nell'orecchio destro, cercai di ripristinare il mio udito in tilt. Ero momentaneamente sordo, senza un motivo preciso.
Mi alzai allarmato e fu la che lo vidi: era in fondo al corridoio, ed era estraneo.
Le candele giocavano con le armature dando vita a danzanti ombre sparse qua e la. Ma quell'ombra non era normale e prima non c'era. Nella parete terminante, vi era la distinta sagoma di un piccolo essere: forse un bambino... Forse. Era fermo, braccia lungo i fianchi, ed era spettinato.
Mi girai di scatto per vedere se fossi in compagnia ma non vidi nessuno. Le orecchie pulsavano, la testa iniziò a far male. "Chi c'è la?", ricordo che lo dissi ma non udìì la mia voce dunque non so bene se gridai, sussurrai o se immaginai solo di averlo chiesto.
Quando tornai a guardare la parete, l'ombra non c'era più e con la sua scomparsa, tornò il mio udito.
Tremavo visibilmente, questo lo ricordo bene. Presi il foglio di carta e una candela e a passo svelto me ne tornai in camera. Mi buttai sul letto ed accesi la grossa lampada che mi era stata dai proprietari del posto.
Mi ci volle un pò per calmarmi, ricordo il cuore che tentava di sfondare il petto e il mal di testa incessante.
Mi addormentai.
Non ricevevo visite e non parlavo con nessuno da oltre sette giorni, dunque era normale avere "visioni": fu così che giustificai ciò che avevo visto... Anche se non mi spiegavo la perdita dell'udito.
Convinto di aver vissuto un sogno troppo reale, mi alzai dodici ore dopo colpito dalla mattiniera luce solare in quella finestra ormai asciutta.
Strofinatomi gli occhi posi lo sguardo sull'f4 e fu la che realizzai quanto era successo.
L'armatura non era come l'avevo disegnata, o meglio, era lei, ma non come me la ricordavo.
Il disegno era identico al mio, ma nello sfondo, quel muro, presentava ancora quell'ombra di bambino...
Tornai a tremare forse più forte della sera prima e lasciai cadere il pezzo di carta in terra.
Nessun fenomeno si ripeté più per altri tre giorni, ma poi ri-accadde qualcosa: forse erano le 8:00 o 8:10, non so dirvi di preciso ormai... Stavo facendo colazione al secondo piano quando dalla porta nella parete di fronte a me, udii una risata con tanto di eco. Era lontana e sembrava avvicinarsi...
Rimasi immobile a fissare quell'ingresso chiuso, non riuscivo nemmeno a masticare la fetta di pane che avevo in bocca. Quella voce si avvicinava e continuava a ridere, ridere e ridere. Ormai era arrivata a destinazione quando si fermò. Ricordo che sentii freddo, la pelle d'oca fu repentina e fui sicuro che dietro quella porta, qualcuno esitava ad entrare. Ne ero maledettamente certo!
La voce ridente pronunciò il mio nome, per poi sparire portandosi con se il freddo pungente.
Vomitai.
Il terrore e l'adrenalina si impossessarono del mio corpo, le gambe a stento tennero il mio peso tanto che per reggermi, dovetti poggiare le braccia sul tavolo sporco di cibo mezzo digerito.

FINE PRIMA PARTE.

martedì 23 luglio 2013

Violenza sulle donne

Combattere ad armi pari non è una pratica adottata da molti esseri viventi.
La cosa vale sia nel regno degli animali: quando ad esempio un branco prende di mira una sola preda, sia nel regno degli umani.
Abbiamo sempre gli infami che se la prendono con i più deboli.
In ambito politico, nei gruppi di amici e purtroppo nelle relazioni.
Non sono maschilista, ma ciò che sostengo è che in una coppia, purtroppo e per fortuna, l'uomo tiene la forza bruta mentre la donna conserva l'intelligenza.
Questo ovviamente è un prototipo.
Abbiamo anche coppie in cui la femmina prosperosa e palestrata, se ne sta con un rachitico individuo.
O ancora coppie in cui l'uomo ultra intellettuale si sposa una rimbambita bambolona viziata.
Nonostante ciò, mediamente Lui porta le buste della spesa e Lei sceglie i cibi utili e inutili.
Questo aspetto è utile sotto molteplici punti di vista, ma quando si è di fronte a un individuo dotato di membro, dalla poca intelligenza, diventa problematico.
La ragazza, moglie o quel che è, può cornificare o esser cornificata. Può mancare di rispetto esattamente come può ricevere offese dello stesso tipo. Può gridare e le si può gridare contro.
Uno schiaffo però dato DA una femmina, non sarà mai paragonabile ad uno schiaffo dato DA un maschio.
Qui i piattelli della bilancia perdono l'equilibrio e si entra nel discorso chiamato "scorrettezza".
Un Lui che prende una sberla potrà riportare quaranta secondi di calore nel volto, un poco di rossore e al massimo un graffietto causato dalla manicure resistente.
Una Lei che viene colpita, potrà presentare violenti arrossamenti come lividi di ogni genere e dimensione. Rischierà di cadere mettendo in pericolo l'incolumità della sua persona se non la vita.
Verrà ferita dentro e fuori e non ci sarà scusa che tenga.
Picchiare una ragazza, qualunque sia il motivo, non è un'opzione possibile e valutabile; ci si può dire tutto, si può fare di tutto e si può reagire in qualunque modo. Ma entro dei limiti...
Ora potrebbe sorgere il dubbio dello schiaffo ricevuto: "Una ragazza mi alza le mani e io non devo reagire?".
Esatto. Non devi reagire.
Rispondi! Insultala per rabbia, vattene in un bar a bere una birra ghiacciata così da far scendere la rabbia, esci con l'amico di sempre e guardate i sederi delle passanti intente a fare shopping.
Ma NON rispondere con la stessa moneta. Cretino.
Un uomo che picchia una donna non è un uomo. Non merita una donna e non merita di stare dove sta.
Queste sono parole dette da un essere di sesso maschile.
Buona serata

sabato 20 luglio 2013

Perché questo blog?








Non sono un genio, non sono particolarmente bravo a scrivere e non sono di certo uno che promuove qualche progetto o idea strana.
Sono un semplice ragazzo mai andato bene a scuola e che tutt'ora non primeggia all'università di psicologia.
Amo però pormi domande strane quali: cos'è l'infinito, cosa accadrebbe se un buco nero fosse l'accesso a un'altra dimensione, cosa potrebbe nascondere il nostro cervello, cosa c'è prima della vita e dopo la morte..
Domande grandi, domande impossibili da provare e le cui risposte sono sempre incerte.
Tutto ciò che si può fare è formulare delle ipotesi e quando si parla di quest'ultime, ogni cosa è valida e veritiera. Non esistono ipotesi probabili o improbabili visto che tutto è possibile e visto che ogni cosa testata, un tempo, era un sogno, un progetto, una fantasia o qualunque altra cosa associabile alla parola "improbabile".
In pratica: uno schizzofrenico che in mezzo a una piazza vede un fantasma, può esser l'UNICO SANO di tutta quella parte di città. E' possibile che lo spirito ci sia veramente ma visto che solo lui ha la capacità di vederlo, viene definito schizzato, pazzo, diverso e così allontanato, discriminato, beffeggiato.
Verrà "aiutato" da persone che, magari, sono più indietro di lui dunque dovrebbero ricevere l'aiuto che danno.
Perché aprire un blog?
Perché se si espongono certe idee si viene spesso presi alla leggera, non ti ascoltano. Le persone aspettano il loro turno per parlare e quando arriva, rispondono alla prima cosa che hai detto visto che mentre dicevi il resto, erano troppo impegnati a ripetersi ciò che volevano affermare.
Questo spazio, bianco su nero, è il MIO spazio e se si entra lo si fa senza sapere di cosa voglio parlare.
Ogni commento, idea, critica, saran sempre ben accetti ma prima avrete finito di leggere il post. Quindi il "vostro turno" non esisterà. Non qua.
Potete credermi pazzo, limitato, stupido e delle volte strano: ma credetemi quando vi dico che se siete qua a leggere ciò che scrivo, se scorrete le parole e le frasi una ad una arrivando in fondo allo scritto... Beh, siete strani anche voi.
Piano piano questo nuovo piccolo blog crescerà e le idee diventeranno fonte di confronto, dialogo e pensiero. Sarà interessante.
Fino ad allora, continuerò a delirare per conto mio basando i miei argomenti sull'andamento della giornata e sulla voglia che ho.
Grazie a voi che mi seguite, alla prossima!



giovedì 18 luglio 2013

Ciò che non vedete





Questo post non sarà incentrato nella critica.
Mi sono annoiato da solo ergo farò qualcosa di diverso e lievemente meno pesante..
Non temete. E' un eccezione e ve ne accorgerete nel prossimo scritto che già ho in mente.
Parliamo dei piccoli gesti.
Quei momenti, doni o pensieri che vengono spesso messi in secondo piano, ma che se presi per quello che sono, risulterebbero molto più grandi di qualunque altro regalo.
Cosa sono? Delle verità.
A volte il Per Sempre dura un secondo, e quando è così, passa sotto forma di Piccolo Gesto.
Nei Natali a venire i bambini passano dalle Micro Machines alle fabbriche di Gormiti. Da quest'ultime si procede con game boy e playstation. A salire si continua, con il procedere degli anni, a regali come XBox con 26 giochi per poi arrivare alla matura età in cui un automobile è praticamente routine, e se non quella, si ha tranquillamente qualche bella banconota viola seguita da occhiali da sole, gioielli, viaggi e cose così.
In pratica più si avanza nell'età, più il regalo diventa costoso.
Questo cosa comporta?
Più il prezzo è alto, più sarà "prestigioso" il dono.
Puttanate.
I regali più belli sono quelli non dati, ma fatti.
I regali più belli sono quelli realizzati in segreto.
I regali più belli sono quelli portati a termine nei giorni normali.
La data del mio compleanno è evidenziata nel calendario mentale di tante persone, ma per quale motivo? Non è un mio merito ma di mia madre. Non è una mia scelta. Non è una mia vittoria.
Io mi sono limitato ad attendere e di certo non diventerò più maturo con lo scattare del mio nuovo anno anagrafico.
Eppure i regali vengono automatici, e gli auguri, e le aspettative, e le richieste.
Ci sono adolescenti che pretendono Iphone, Pc o enormi quantità di stronzate dimenticando il vero valore delle cose.
Ci sono diciassettenni che organizzano diciottesimi enormi, invitando anche gente sconosciuta pur di fare numero così da sembrare "popolari" e benvoluti.
Ma andiamo gente, i valori dove sono finiti?
Sono l'unico che sostiene ancora la frase "conta il pensiero" ?
A parer mio, una lettera può valere molto più di un'automobile, un viaggio di tre giorni nelle alpi con un genitore, può valere molto più di una festa gigantlopica per i 18 anni.
Quando feci quattordici anni, mio padre mi regalò tre giorni e due notti di vacanza con lui.
Partimmo e facemmo rafting, andammo a cavallo, nei parchi acquatici e dormimmo in tenda nei boschi e tra i pascoli. Fu un regalo veramente speciale e nonostante una playstation possa sembrare più "utile", vista la sua durata ben maggiore di tre giorni, io ricevetti molto di più di quelle 72 ore di compagnia.
Ricevetti un ricordo indelebile, ricevetti un rapporto ben più solito col mio vecchio, ricevetti una quantità di affetto tale, da poter poi trasmettere ai miei futuri figli.
Nei miei 18 anni ricevetti un viaggio a Londra solo con mia madre che mise da parte ogni difficoltà economica ed ogni difficoltà lavorativa, così da regalarmi altri giorni indimenticabili.
Il mio inglese maccheronico divenne motivo di risate, recuperammo tantissime ore perse nella mia adolescenza frastagliata e guadagnai, un'altra volta, molto più di qualunque altro regalo materiale.
I piccoli gesti sono l'affetto che le persone mettono in ciò che fanno.
E' la madre, matrigna o fidanzata che ti cucina il piatto preferito, è il fidanzato che ti porta la colazione calda del bar a letto, è la moglie che porta la tachipirina al marito malato a letto e si stende accanto a lui così da fargli compagnia.
A volte durano un minuto, a volte durano un giorno, ma ciò che mi preme dire è che: se li notate, ciò che vi arriverà, durerà una vita.
Ora devo andare. La mia ragazza ha il ciclo ed è appena tornata dalla ceretta.
Auguratemi buona fortuna..

martedì 16 luglio 2013

Religione Cristiana Horror




E' da un pò di tempo che non scrivo post, ma sono in vacanza quindi non mi scuserò né mi mostrerò pentito.
Sono solo scottato e assonnato.
Ma non sono qua a blaterare cose della mia persona visto che non sono un tipo interessante: sono qua pronto per un argomento che non smette mai di interessare grandi, piccoli, vecchi, neonati, adulti, gobbi, storpi, analfabeti e me.
Premetto che non è un post a scopo divulgativo, critico o dal contenuto blasfemo.
Se alla fine di questa minuta lettura ti dovessi sentire stranito, infastidito o offeso, sono affari tuoi.
Siamo nell'anno zero quando un uomo fece scalpore. C'è chi gli sorrideva per la bontà, chi per l'abbigliamento bizzarro e semplice, e chi per le presunte capacità singolarmente utili: quali la trasformazione acqua-vino, le passeggiate a pelo d'acqua e guarigioni varie più potenti delle moderne tachipirine.
Queste ovviamente sono solo ipotesi come la gran parte dei racconti inerenti a quell'uomo, quell'epoca eccetera eccetera.
Sappiamo di San Francesco, sappiamo di Santo Stefano, sappiamo di Giuseppe e Maria, ma non eravamo la. E' possibile dunque che si parli di cose realmente accadute, è possibile che si parli di cose notevolmente più eclatanti, è possibile però che si parli anche di buffonate.
Non spetta a me deciderlo, non spetta a te lettore, non spetta a nessuno: è in questo che consiste la fede.
Fiducia.
Ciò che però interessa la religione ma non è intaccabile dalle credenze, è il valore della Chiesa.
San Francesco mattone dopo mattone spogliò se stesso creando una casa di Dio minuta e priva di qualunque attrazione sgargiante.
Lo stesso Gesù privò la sua persona di qualunque bene materiale superfluo..
Ora mi chiedo: cosa è cambiato nei giorni nostri?
Le nostre Case di Dio sono estremamente costose, sfarzose e completamente ricoperte delle stesse cose di cui il Signore si spogliò.
La storia dell'arte, la cultura papale e ogni altra persona minimamente interessata, giustificherebbe ciò con: "Le chiese sfarzose servono per farti sentire piccolo dinnanzi ad un Dio più grande di te".
Come come??
Entrate a Notre Dame e vi sentirete i più insignificanti insetti mai esistiti. Questo fa capire che l'intento viene portato fieramente a termine.
Ma sicuri che è ciò che voleva/vuole il Santissimo?
Si spogliò di tutto, benedì una minuta e spoglia chiesa per poi farsi lodare da oro, mosaici e dipinti dal valore inestimabile?
I pittori atti ai tetti sacri delle sante sedi, rovinarono la loro vista passando interminabili tempi in posizioni decisamente scomode, così da rendere più maestose ed eleganti le chiese.
Il papato ora possiede uno stato completamente proprio ed ha più soldi dei calciatori.
Gesù che girava in sandali o scalzo, è rappresentato da un signore che capeggia il Vaticano, con indosso scarpe Prada, sicuramente fatte su misura appositamente per i suoi vellutati e privi di calli piedi.
Siamo di fronte a una metamorfosi religiosa che è passata da un semplice uomo cristiano, con un poco di barba, una piccola tonaca e dei sandali marci, a un anziano signore con un cappello smisuratamente alto, una veste estremamente pesante e costosa e delle scarpe bomba.
Ciò che mi chiedo è perché in chiesa chiedono anche le offerte.
Fatemela voi un offerta già che ci siete.
Il cittadino medio di oggi non ha manco più tempo per pregare la domenica mattina, visto che deve dedicarsi al secondo se non terzo lavoro dato che le bollette non si pagano da sole.
Abbiamo predicatori del "bene" che proclamano e raccomandano aiuti vari verso i meno fortunati, ma lo fanno seduti in sedie ricoperte di decorazioni dorate.
La chiesa non è inutile. Affatto.
Io sono contro il modello moderno che rappresenta.
Abbiamo santi padri e madri che hanno donato la vita per i più sfortunati, ma lo facevano dando ciò che era di LORO proprietà e non chiedendo agli altri di donare rimanendo poi seduti.
Abbiamo preti nei terzi mondi che si sporcano le mani, che benedicono lebbrosi e cedono le proprie infradito, ed abbiamo preti che comodi nei loro tavoli, sorseggiano Brunelli predicando un bene per loro del tutto sconosciuto.
C'è un divario sostanzioso tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è.
Che schifo.
Mi vado a confessare, ho deciso.

mercoledì 3 luglio 2013

Il libero arbitrio è un'illusione




Suppongo abbiate capito che in questo blog, le certezze vengono screditate alquanto, motivando il tutto con pensieri, ipotesi e ragionamenti a volte bizzarri.
Mi sono dunque chiesto: ho attaccato la possibilità di avere risposte, il concetto di maschera. Ho parlato dell'ipocrisia e stravolto la moderna scuola. Quindi mi sono detto: attacchiamo anche il libero arbitrio prima di esser internato in manicomio, no?
Abbiamo la necessità di credere che ciò che facciamo è per nostra scelta. Che ciò che sarà, dipenderà solo da noi.
E' per la nostra salute mentale, è per la nostra autostima ed è perché se così non fosse: che senso avrebbe vivere? Se le mie scelte fossero tutte già studiate e pianificate, non sarebbero davvero mie.
Ebbene qui casca l'intoppo.
Studi sul cervello hanno dimostrato che quando stiamo per fare qualcosa (prendere un oggetto, muovere un libro ecc ecc), il nostro cervello si attiva frazioni di secondo prima che l'azione venga pensata.
Prima di agire, è normale pensare all'azione da compiere: anche inconsciamente (quando l'azione è automatizzata come guidare, mangiare, camminare). Io non devo ricordare come si fa visto che è talmente abituale la cosa, che il mio corpo la padroneggia da solo.
Questo però non esclude la necessità di razionalizzare consciamente o inconsciamente ciò che va eseguito.
Ma se mi impongo di chiudere la porta, e il mio cervello si mobilita per permetterlo ancor prima che io lo pensi, da dove parte la scelta?
Noi conosciamo e padroneggiamo una piccola percentuale della mente: quindi a rigor di logica, non è possibile manco escludere l'eventualità che tra qualche decennio, la cosa si spieghi meglio.
Per ora tutto è ipotizzabile e maledettamente possibile.
Il mio cervello si attiva prima ancora che io pensi qualcosa, ergo era pianificata (destino) da qualcun'altro.
Il mio cervello si attiva prima ancora che io pensi qualcosa, e se ne avessimo le capacità, potrei magari scoprire che si attiva molto prima per fare molte cose future. Magari è sempre attivo riguardo azioni che farò tra giorni interi.
Il mio cervello lavora informazioni che io ancora non conosco. Si parla di frazioni di secondo in anticipo e non è tanto, ma ciò che turba è l'idea che ciò sia stato "premeditato" inconsciamente.
Attenzione: questo non è un mio delirio ma uno studio scientifico con ipotesi, prove e risultati approvato e dimostrato.
Ora io mi chiedo: se davvero le scelte non partissero da noi ma da una qualche pianificazione avvenuta chissà quando o chissà dove, le colpe dei nostri reati o i meriti dei nostri gesti, a chi sono dovuti?
Se donare una somma sostanziosa in beneficenza, fosse stato già programmato per me, è merito mio l'averlo fatto?
Ma ancora: se uccido una persona e il mio cervello già sapeva che l'avrei fatto, io sono la vittima di un delirio che non posso controllare né conoscere?
E' inquietante l'idea che le cose possano non dipendere da noi ed è confusionale.
Ancora conosciamo troppo poco del cervello e siamo riusciti a dimostrare che solo una frazione di secondo prima, si attiva.
La domanda che mi preme di più è sempre quella: e se in un futuro non troppo prossimo, scoprissimo che non si tratta solo di frazioni di secondo, ma che la nostra mente anticipa giorni mesi o anni?
Che nullità

lunedì 1 luglio 2013

Il Pi Greco sotto un aspetto insolito




"Pi Greco: il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio.
3.1415926535, questo è solo l'inizio. Potrebbe proseguire all'infinito ma senza mai una sola ripetizione, questo significa che all'interno di quella serie di decimali, è contenuto ogni altro singolo numero.
La vostra data di nascita, la combinazione del vostro armadietto, il numero di previdenza sociale... Sono tutti li da qualche parte.
Se convertiste questa serie di numeri in lettere, otterreste ogni parola che sia stata concepita in ogni possibile combinazione: le prime sillabe che avete pronunciato da bambini, il nome della persona per cui avete una cotta, la storia della vostra vita dall'inizio alla fine. Tutto quello che diciamo pensiamo o facciamo, tutte le infinite possibilità del mondo, si trovano all'interno di quel semplice cerchio.
Che ci farete con questa informazione o a cosa vi servirà, spetta a voi deciderlo."

Person of Interest

domenica 30 giugno 2013

L'amore vissuto da un uomo




L'amore è il sentimento più bello e brutto che possa esistere.
E' in grado di farti sentire un Dio ma è anche in grado di sotterrarti abbastanza in basso da farti mancare il respiro, ma non a sufficienza da ucciderti.
Solitamente viene attribuita maggiore sensibilità alle ragazze e troppo spesso ciò le fa passare per le martiri della coppia.
Le povere vittime di ragazzi stronzi, che illudono usando parole studiate così da rimediare una scopata estiva e tanti saluti.
Le povere vittime di ragazzi che cercano solo una cosa.
Le povere vittime di ragazzi che amano a periodi e che hanno altre quattro ragazze in segreto.
Io direi che, per quanto situazioni del genere possano esistere, non sono maggiori a nessuna scenetta opposta.
Ragazze che massacrano ragazzi innamorati.
Ragazze che si sentono padrone del mondo e chiedendo sempre di più, facendo sentire Lui non all'altezza.
Ragazze che perdono la cognizione di ciò che è giusto e ciò che non lo è, ed imbracciando l'egoismo corrono contro poveri fidanzati combattuti tra il cedere e il resistere per orgoglio.
I maschi sanno amare esattamente come le femmine. Non vi sono differenze di sensibilità dovute al sesso.
La cosa che può far più male a un boy, è quando viene dato per scontato.
In una relazione la paura più grande è sempre quella di perdere il compagno/a: una delle più grandi gratificazioni riguarda appunto i gesti che garantiscono la permanenza del rapporto.
Se un Lui dimostra a una Lei che ha intenzione di rimanerle accanto, la Lei va al settimo cielo.
Il problema? E' la sicurezza che ne può derivare.
Dimostrate a una ragazza che non andrete mai via e, se siete sfortunati, lei se ne approfitterà.
Esser dati per scontati da una sensazione di profonda infelicità, rabbia e irrequietezza e può portare a due cose: la fine del rapporto o un calo profondo d'autostima e auto efficacia.
Si litiga ma indipendentemente dalla ragione o torto, sarà quello dato per scontato a dover cercare l'altra metà che beata nel suo letto di orgoglio attenderà tranquillamente la chiamata.
E' difficile uscirne ma non tanto per la vittima di turno, quanto per la "carnefice": non smetterà mai di marciare sopra la convinzione di non perdere l'altro a meno che non lo perda davvero.
Il pregiudizio che colpisce i maschi accusandoli di non saper amare è completamente infondato.
Ci sono ragazzi stronzi, ipocriti e approfittatori esattamente come ci sono ragazze egoiste, opportuniste e viziate.
La differenza è che tra le ragazze c'è più coesione nel puntare il dito, mentre tra maschi c'è più menefreghismo e meno propensione nel capire una delusione d'amore di un amico in lacrime.
Diciamo che viene reputata una cosa imbarazzante il piangere in presenza di amici maschi.
Tutto dovuto alla pretesa di sembrare forti e indistruttibili.
Donne: i vostri uomini non sono stupidi come ogni tanto sembrano o credete, hanno sentimenti e speranze. Trattateli da Re, rispettateli, fateli sorridere. Loro hanno bisogno anche di questo.
Uomini: le vostre donne sono preziose. Amatele come meritano e ascoltatele quando ne han bisogno. A volte è difficile per loro chiedere aiuto, ma i gesti più belli son quelli fatti senza richiesta da parte di nessuno.
Detto questo andate in pace miei lettori, io vado a pisciare

sabato 29 giugno 2013

La sQuola: ritrovo di idioti



Chi pensa che la scuola sia luogo di crescita esclusivamente culturale, può anche chiudere questo post.
Sono sempre stato uno studente mediocre, con voti medio-bassi e una voglia di studiare paragonabile alla voglia di andare a pisciare quando sei a letto.
Sono sempre stato uno studente con idee mie che troppo spesso mi han portato a conflitti pesanti con compagni e professori, cosa che dal mio punto di vista, è ridicola.
A me piacerebbe stringere la mano su cui ho sputato a chi ha deciso che il docente è un essere superiore cui portare rispetto incondizionatamente, che possiede il ridicolo diritto di giudicarmi.
Un professore a rigor di logica dovrebbe rappresentare un punto di riferimento cui rivolgersi per chiarimenti inerenti alla materia, cui ispirarsi in varie situazioni ma soprattutto: su cui poter contare riguardo qualunque cosa all'interno della classe.
L'insegnante dovrebbe insegnare. Non impartire.
Vedo docenti pagati, che entrano in classe perennemente in ritardo senza scusarsi con gli alunni PAGANTI.
Vedo docenti che beffeggiano alunni meno bravi o motivati in qualcosa, godendo delle risate che si diffondono nel resto della classe.
Vedo docenti che inculcano le loro idee politiche, morali e strutturali in teste adolescenti che tutto vogliono, tranne che lavaggi del cervello.
Vedo docenti che umiliano ragazzi, che aiutano le classi a escludere persone, che non trattano gli alunni da persone.
Una classe dovrebbe essere un gruppo di persone che spinte dal medesimo obiettivo, lottano in collettivo per ottenerlo. Nessuno vuole perdere l'anno, nessuno vuole debiti formativi, nessuno vuole saltare una gita scolastica o un uscita occasionale al parco.
Ciò che però si può notare, è esattamente l'opposto di ciò che dovrebbe essere: classi disgregate in gruppi minimali capeggiati dal gallo o gallina di turno. Venti, venticinque persone in una stanza che si giudicano, attaccano e umiliano a vicenda, senza motivo.
Ma la scuola cos'è realmente?
Sono dell'idea che questa struttura dovrebbe rappresentare un luogo di crescita SOCIALE oltre che culturale.
Gli alunni dovrebbero imparare a rispettarsi a vicenda, aiutarsi, volersi bene così da costruire un gruppo. Ecco cosa manca, il gruppo.
Un professore come punto d'appoggio e riferimento, su cui poter contare in ogni situazione. Valutazioni che non servono a giudicare ma a spronare così da indurre miglioramenti su ogni genere di alunno in ogni materia.
Non siamo tutti geni, a nessuno piace passare un pomeriggio di sole in casa davanti ad un libro che di buono ha solo l'odore.
Io personalmente sono una frana nelle materie umanistiche, ma datemi un foglio e vi disegno qualcosa di unico. Se, aiutati dal professore che grazie alla sua maturità ovviamente (in teoria) più elevata della nostra, imparassimo a condividere le nostre "doti", potremmo davvero arrivare a risultati nuovi.
Te aiuti me, io aiuto te. Entrambi aiutiamo un altro, lui aiuta noi. Ecco la classe, ecco la scuola, ecco il rispetto che serve, ecco l'unione ed ecco il professore che fa il suo lavoro.
Ci insegna a stare al mondo. Ci insegna a sbagliare. Ci insegna ad insegnare e ad imparare e, cosa più importante, insegna altrettante cose a se stesso.
Solo perché ha 50 anni non vuol dire che sappia tutto o che non possa imparare niente da un ragazzo/a, solo perché ne ha viste di più, non vuol dire che abbia visto le stesse cose.
Svegliatevi cazzo.
Alle assemblee si fa solo casino, alle occupazioni si rimane a casa, nelle gite c'è sempre il più "fortunato" che rimane senza compagni di stanza visto che nessuno lo vuole.
Ero uno di quelli, ma mi vergogno dei miei ex compagni, non di me.

Tornerò da Re

Online Link Party - Preparatevi al peggio

Questo post serve solo a presentare l'iniziativa cui sto tentando di partecipare.
Onestamente ancora non so manco cosa devo scrivere, ma i post precedenti hanno lo stesso malato criterio quindi non mi interessa e vado avanti.
Online Link Party è un iniziativa atta ad espandere la popolarità di un blog new entry quale il mio, non chiedetemi come perché ancora devo saperlo.
Me lo spiegherà a breve la mia ragazza. (E' quella acida di qualche post fa, dopo quell'episodio dell'autobus si scusò).
Per chi volesse partecipare a questa iniziativa, clicchi qua Online Link Party, occhio che scade oggi.
Baci baci, Gossip Girl!
Direi di no

mercoledì 26 giugno 2013

Stereotipi, ispirato a fight-club

Non so quanti di voi han visto il film o letto il libro di Chuck Palahniuk: Fight Club.
Dal mio punto di vista è un capolavoro che purtroppo ha ricevuto poca pubblicità, il quale film è recitato alla grande da attori altrettanto bravi che si sono calati nella parte alla perfezione.
Vabè l'avrete capito che è il mio libro/film preferito no? Se così non fosse, ora lo sapete.
Il tema principale di questo libro il quale titolo tende a confondere, è che siamo tutti bambolotti che la società illude, ubriaca e riempie di speranze che andranno infrante.
Le pubblicità, le riviste, i manifesti: tutte armi di distruzione mentale.
Cresciamo convinti di poter scegliere qualcosa, di poter fare ciò che vogliamo della nostra vita, di poter arrivare ad avere ciò che vogliamo ma poi ci ritroviamo in un maledetto ufficio a fare ciò che non avremmo mai pensato di fare.
La nostra cultura e i nostri modi di vivere ci costringono a seguire sempre uno stereotipo riguardo qualunque cosa: la casualità vuole che quel modello non sia mai io stesso.
Non ci bastiamo mai, non ci va mai bene ciò che abbiamo e pretendiamo sempre qualcos'altro.
Ormai è consueta routine inseguire qualcosa che poi sarà acqua passata, è routine guardare un'Angelina Jolie o un Brad Pitt e vedere in loro la perfezione, è routine notare solo ciò che ci manca.
Sapete che vi dico? Fanculo tutto questo.
Le mode, le tendenze, le idee innovative: tutte stronzate escogitate per farci credere di poter arrivare dove abbiamo sempre sognato.
Ma se cominciassimo invece a voler arrivare dove già siamo?
Se cominciassimo a desiderare con anima e corpo, ciò che ci appartiene già?
La felicità è uno stato d'animo di completezza e tranquillità. Esattamente come il Per Sempre può durare un secondo, anche quest'emozione non ha tempo calcolabile.
Trascorrere ore ogni giorno in palestra, spendere stipendi in negozi firmati, ucciderci l'autostima cercando di plasmare il nostro atteggiamento, tutto per somigliare a un tizio dall'altra parte del pianeta che in televisione è figo.
Forse è vero che lui è più fotogenico di me, forse è vero che lui ha il fisico più scolpito del mio e forse è vero che il castano chiaro dei miei capelli non sarà mai paragonabile al biondo spettinato dei suoi.
Ma ci avete mai pensato che anche se arrivassi ad avere tutto ciò che vedo in lui, rimarrei comunque una semplice maledetta copia?
Quell'attore, cantante, scrittore o quel che volete, è una persona normalissima e come tale, rappresenta solo ed esclusivamente SE STESSO.
Se vogliamo somigliargli al meglio, dovremmo essere dunque NOI STESSI.
Come loro han cose che noi non abbiamo, noi abbiamo cose che loro non hanno né avranno mai.
Anche loro han problemi in famiglia, anche loro hanno ricevuto delusioni e ne hanno inferte, anche loro sono stati sgridati da piccoli e anche loro han pianto, riso, sudato freddo, sudato caldo o gridato di rabbia o felicità.
Sono persone come noi.
Se iniziassimo a prendere come esempio solo ciò che loro sono, e non sembrano, sarebbe più facile.
Una ragazza in carne può diventare più bella di una Jolie, un ragazzo moro può diventare più affascinante del biondo Pitt.
Difetti e pregi sono solo caratteristiche che NOI inquadriamo come tali: accettiamole, miglioriamole ed esaltiamo le parti migliori del nostro essere.
Io sono il mio stereotipo.
Sarebbe figo

lunedì 24 giugno 2013

Esperienza estrema

A tanti di voi sicuramente è capitato di imbattervi in un video del genere: http://www.youtube.com/watch?v=DZW6CpYohk4 .
Video del genere possono lasciarvi due possibili alternative:
-Vi spaventano costringendovi a chiuderli con una qualche affermazione basita.
-Vi chiedete se la vostra vita sia realmente così movimentata come credete.
Gli sport estremi sono da sempre uno dei dilemmi più grandi dell'essere umano: cosa spinge una persona a rischiare la vita per un video di qualche secondo e una semplice scarica di adrenalina?
Io personalmente faccio MMA (Arti marziali miste). E' una disciplina alquanto violenta e "estrema" sotto certi aspetti, ma ben lontana da ciò che vedete in quel video.
Però metto in gioco la mia incolumità, la mia salute e il mio orgoglio verso qualcosa che, a occhio esterno, senso non ne ha.
Ebbene ora vi parlerò di questa motivazione che spinge chi vive queste cose in prima persona, a vincere la paura e superare ogni limite. Mi baserò su varie testimonianze lette qua e la e sulla mia esperienza nel ring.
L'essere umano ha paura di qualunque cosa rompa il suo equilibrio sia psicologico che di salute fisica: il perché è ovvio. A nessuno piace provare dolore, affrontare una qualche riabilitazione e soprattutto, a nessuno piace l'idea di morire. Credo. Spero!
Partiamo dal presupposto che la paura non manca MAI. Qualunque sia la tua disciplina, il tuo sport o la tua passione, se la tua incolumità è a rischio, il timore c'è.
Solo che non è abbastanza forte da impedirti di farlo.
Mentre sono di fronte all'avversario: non ha importanza chi è più grosso, non ha importanza chi è più alto, più esperto, più veloce, più bello o chi ha più amici a fare il tifo. Perde di importanza anche chi ti è venuto a vedere.
Siete solo voi due. Non c'è nemmeno un arbitro a dividervi.
Lo scopo non è prevalere sull'altro, ma prevalere su noi stessi. Io sono contro i miei limiti, contro le mie paure, contro i miei brutti ricordi, contro chi si è preso gioco di me in passato e contro chi nel presente mi sottovaluta. Sono contro il mio stress, contro la mia natura qualunque essa sia.
Il mio avversario è il mio limite e io devo superarlo. Devo vincere, per me. Non per un titolo, non per la gloria, non per il video. Per la pace interiore.
Se perdo? Non importa. Io vinco nel momento in cui scendo in campo e metto tutto me stesso, vinco nel momento in cui do l'anima ad ogni round, vinco ogni volta in cui assesto un colpo ben fatto e vinco ancora di più quando ne prendo uno più forte ma non cado.
Il paracadutista ha una scarica di adrenalina tale, da lasciarlo poi sveglio fino a notte fonda. Il motivo è semplice: c'è chi si chiede qual'è il senso della vita, e chi semplicemente cerca di capirne il valore così da farne risplendere la fiamma.
"Quando hai paura di morire, vuol dire che hai ancora qualcosa da perdere".
In quell'istante, la vita ha un valore che in qualunque altro istante non potrebbe mai.
In quell'esatto momento, ti senti vivo come mai prima d'ora.
Ci sono vari modi per sentirsi vivo, lo so bene. Non per forza bisogna rischiare la pelle: ma quella sensazione è una cosa completamente a parte e anche ora che cerco di descriverla, mi rendo conto di quanto non sia possibile parlarne a fondo.
Rispetto tantissimo chi ha il coraggio di superare i propri limiti: qualunque essi siano.
Nel lavoro, nella famiglia, nello sport.
Buttatevi in qualunque situazione, male che vada curerete un bernoccolo che si trasformerà in risate di fronte a una birra con gli amici.
Ora mi vado a buttare dal terrazzo, no scherzo.
Alla prossima



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sabato 22 giugno 2013

Il Buio è indice di verità

In uno dei precedenti post (Io sono la mia Maschera), ho affrontato il tema "maschere". Nella conclusione ho introdotto il concetto di "soluzione alle maschere" citando il buio.
Avendo quindi parlato di molteplici facce appartenenti ad ognuno di noi, ci terrei a precisare che, ovviamente, il concetto di "falsità" perde molto del suo significato.
Come posso giudicare Falsa una persona, se quest'ultima cambia atteggiamento, modo di fare di dire o di pensare? Ha solo cambiato maschera esattamente come facciamo noi in continuazione.
La "falsità" appartiene più ad un aggettivo dispregiativo usato da tante tante persone.
Non sarò ipocrita: anche io l'ho usato e anche io l'ho ricevuto.
In questo post parlerò di un Buio diverso: un Buio particolare.
Tutti noi assumiamo atteggiamenti diversi in base al contesto in cui ci troviamo: ma se ci trovassimo nella più totale tenebra? Immaginatevi in una sala completamente oscurata. Non né conoscete l'architettura e non avete idea di chi, come voi, la sta abitando.
Nessuno sa di nessun'altro ma tutti sapete di non sapere.
Chi siete dunque?
Non avete volti, non avete maschere e non avete passato né futuro; siete soli in compagnia.
Che ci sia un Re o che ci sia uno schiavo, che ci sia un bianco o un nero, che ci sia un saggio o la persona più superficiale del mondo, non fa differenza. Perché nessuno lo saprà mai e nessuno riuscirà mai a credervi.
Visto che non trarrò profitto dal recitare la parte di un altro me, non mi resta che essere me stesso.
Non verrò giudicato, non verrò beffeggiato e se questo dovesse succedere, nessuno seguirà il "bullo" visto che nessuno potrà sentirsi superiore a me.
Leoni e pecore riuniti in una sala buia. Leoni e pecore messi tutti allo stesso livello.
Leoni che diventano pecore, pecore che diventano Leoni.
Tutti completamente uguali, tutti completamente liberi.
Io non ho problemi se non ho identità, non ho passato e non ho futuro. Non ho paura, non ho dubbi e non ho di certo ripensamenti visto che uscito da lì, nessuno saprà che ero io a dire quelle cose. Io a provare quelle cose e io a raccontarle.
Potrò piangere, potrò ridere, potrò gridare.
Tutti potranno farlo e nessuno potrà dire niente.
Al giorno d'oggi non si è più liberi di fare niente: se piangi anche il più lontano dei tuoi amici verrà a chiederti cos'hai giusto per il gusto di sfamare la curiosità che lo mangia vivo.
Se gridi ti diranno di stare zitto.
Se odi ti scanseranno.
Se ami ti invidieranno.
Se parli ti giudicheranno.
Ciò porta a una condizione di estremo stress inconscio in cui una ruota continua a girare ininterrottamente: te giudichi me, io giudico lui, lui giudica te.
Inutile fingersi moralisti.
Anche Dio peccò.

giovedì 20 giugno 2013

Qualcosa di strano

L'uomo è attratto dall'ignoto.
Il problema è che ne è anche spaventato.
Il dubbio è il principale nemico della ragione poiché non è spiegabile, identificabile e soprattutto definibile.
L'essere umano ha bisogno di definizioni riguardo qualunque cosa: deve conoscere così da poter controllare. Se non può controllare, si sente minacciato.
Se si sente minacciato, ha paura.
Alcuni definiscono la religione come una spiegazione a domande prive di risposta, altri usano il Fato per giustificare varie situazioni. Altri ancora si affidano alla fisica o alla fortuna, e infine, meno numerosi, ci sono quelli che sanno di non poterlo sapere, e lo accettano.
La verità è dunque qualcosa di soggettivo che non va né criticata né tanto meno beffeggiata dal momento in cui la mia credenza vale esattamente quanto la tua.
Per quanto ne sappiamo noi, ora potremmo anche essere dentro un sogno quando il nostro vero Io è un corpo in coma in chissà quale pianeta.
Voi dimostratemi che è impossibile, e io mi inchinerò.
Perché sono così sicuro? Perché anche la scienza stessa reputa tutto possibile ergo non mi inginocchierò mai.
Sapete: alla tesi di maturità chiesi ai professori: "E se i sogni fossero reali?"
In quel momento rischiai l'anno scolastico ma poi una simpatica signora della commissione mi fece: "In che senso reali? I sogni sono frutto della nostra immaginazione"
Una volta ripreso colore a causa della paura dell'imminente bocciatura, continuai: "E chi glie lo conferma? Solo perché sono frutto della nostra mente, vuol dire che devono essere necessariamente finti?"
Dopo interminabili secondi dell'ennesimo silenzio da bocciatura, mi chiesero di spiegare.
Freud sosteneva che i sogni sono la via regale verso l'inconscio.
Quando mi addormento, entro in un mondo che all'apparenza non mi appartiene, in realtà è completamente dentro me. Ogni sorta di figura umana, animale, ogni oggetto, luogo e ogni vicenda, è ricollegabile a qualcosa della mia realtà di ogni giorno.
Diffidate dai libri che vi ubriacano con frasi tipo "Un muro vuol dire morte". Sono stronzate.
Ogni interpretazione è puramente soggettiva e, citando ancora Freud, a volte un sigaro è solo un sigaro.
Io all'esame, dopo una intro del genere, introdussi però ciò che tutt'ora sostengo.
Io sostengo il dubbio: possiamo dubitare di qualunque cosa, tranne che del dubbio stesso.
Quando mi abbandono alla vita onirica, entro a far parte di una nuova realtà che ci prende anche i sensi.
Delle volte in un sogno abbiamo paura, delle volte piangiamo, delle volte ci affezioniamo, delle volte addirittura ci svegliamo tristi perché vorremmo tornare in quell'ambiente.
Posso sognare me stesso che parlo inglese e cazzo, lo parlo bene!
Posso sognare me stesso leggero come una piuma libero sopra un'aquilone in cielo.
Posso sognare me stesso mentre dormo, mentre mangio, mentre grido, mentre interagisco con persone.
Ma se i sensi sono nel sogno con me, se io in quel momento VIVO quella realtà, se io quando poi mi sveglio lascio una parte di me e dei miei ricordi la dentro: con quale coraggio lo definisco falso?
I sogni sono reali, per quanto ne sappiamo, tanto quanto la realtà stessa.
Il fatto che non possiamo ricordali alla perfezione non fa che rafforzare questa idea.
Noi sogniamo ogni notte per tutta la durata del sonno, nonostante poi ci ricordiamo minime parti o niente.
Ora vi chiedo: e se fosse l'accesso a un'altra realtà?

martedì 18 giugno 2013

Primo appuntamento post # 2

Questo post è un proseguo del primo. (Primo appuntamento 1)
Ci troviamo in un ipotetico primo appuntamento e, a differenza del primo, oggi prenderemo le sembianze di un egocentrico vanitoso. 

Preparativi, la calma è la virtù dei forti: "Buongiorno mondo, oggi ti delizierò nuovamente con la mia benevola presenza! Diciamo che da ieri ad oggi son cambiate tante cose eh. Sono cresciuto, sono più maturo e ora che mi guardo allo specchio beh... wow! Sono più alto! Questo bicipite non finisce di crescere, sarà il caso di tenerlo d'occhio. Non vorrei diventare troppo bello anche per me stesso.
Dunque mi pare di ricordare che... Ah si, l'appuntamento con quella Mara. O forse era Rebecca. Vabè fa niente me lo ricorderò man mano che mi preparo.
La doccia l'ho fatta, i peli pubici son perfetti, le gambe... Dio santo appena torno a casa serve l'ennesima sfoltita! Le ascelle profumano come sempre e... Ma su basta. Figuriamoci se una come Maria si sofferma su queste cose. Forse era Claudia...
La maglia è a posto, la kefiah perfetta, scarpe ok pantaloni ok viso ovviamente ok. Si parte!
Tragitto verso il punto d'incontro: "Alito ok, mani profumate, capelli intoccabili. Era Giulia. No era Paola... Paola è quella di ieri che cretino. No ieri era Giulia quindi oggi è Clarissa.
Non ha importanza.
Oggi mi sento proprio in forma: credo che la porterò fuori a fare un giro al parco per poi invitarla a cena. Non ho molti soldi ma io non credo che sia un problema visto che uno come me, è un peccato lasciarselo sfuggire. Clarissa non è stupida e l'ha sicuramente capito... Pagherà lei. Si credo possa andare.
Forse Clarissa era quella della settimana scorsa però.
Uhm credo di essere un pò in ritardo ma com'è che si dice? Meglio tardi che mai! Ma poi farsi desiderare rende tutto molto più magico.
Dio come sono bello!
Sicuramente è Marica.
Dolce arrivo: "Ecco il bar di fronte il quale dobbiamo vederci. Forse è già dentro perché non mi sembra di vederla e io non sbaglio mai quando si tratta di messa a fuoco.
Gabriella! Ecco come si chiama! Si ne sono sicuro, anche se non del tutto...
Facciamo che non la chiamo eh.
Eccomi arrivato. Non c'è, sarà in ritardo anche lei. Eh è proprio la ragazza giusta per me: bella quasi come me, in ritardo quasi come me e alta quasi come me! Le manca quel tocco di classe che però non si acquisisce. Io che posso farci, sono nato così!
Credo iniziasse per C: Clarissa, Clarabella, Celeste, Chiara, Crescenzia.. Oddio se si chiama così la lascio. Clemenzia, Caterina, Clara... Ah ecco! Era Cunegonda! Ma esiste?
Ascesa della ragazza senza nome: "Forse è lei. Era anche ora cavolo, se mi avesse detto - Guarda ritardo quaranta minuti - di certo ci avrei pensato due volte prima di incontrarla.
Le bacio la mano e mi presento con un inchino o parto sportivo?
Aspetta: ha ritardato veramente tanto quindi direi di non fare completamente niente. Vediamo di mettere subito in chiaro che è l'uomo a comandare ed è la donna a doversi inchinare eh!
Concetta, Cleofe, Cronida, Cassiopea, Camelia, Carol, Cinzia.
Debutto: "E' carina. Mi aspettavo un saluto migliore ma non credo che capisca a pieno con chi ha a che fare. Carla, Carmela, Clarissa è proprio carina!
Credo se la tiri un pò ma è proprio una situazione interessante. La farò cadere ai miei piedi. La farò innamorare di me e non avrà scampo! Guarda che ciuffo da maschio!
E' ora di aprire le danze:

-"Ehi bella, sono Jason. Ti trovo in forma! Eheh"
-"Bella? Io ho un nome ma sicuramente non te lo ricordi. Comunque hai l'alito pesante, e ti suda tutta la fronte! Hai le scarpe orrende e i jeans fuori moda. Quella cos'è poi: una kefiah? Chi ti ha insegnato a metterla? Ehi bello, il tuo ciuffo è da femmina. Trovati un'altra ragazza da importunare, sei out. Io esco solo con chi è In."

Il talento di chi invecchia senza diventare adulto






Sono particolarmente incazzato a causa dei genitori della mia ragazza.
Se vogliamo parlare di un argomento al giorno d'oggi alquanto diffuso, possiamo prendere loro come esempio. Uno dei due in particolare.
Non mi soffermerò a fare esempi, non citerò date e non parlerò di niente in particolare.
"L'età è solo un numero" è una frase tipica di bambini o bambine che, alle prime esperienze di vita, vogliono sentirsi grandi. E' una frase dal mio punto di vista stupida visto che ci tengo ai valori e ai principi, ma non è questo il punto.
Secondo me, questo "detto" è da attribuire alle persone di mezza età e non agli adolescenti!
Un ragazzino non ha idea di cosa sia giusto o sbagliato, lo capisce col tempo. Ma quando compi quarant'anni, cinquant'anni e giù di li, mi spieghi che scusa usi per riuscire a non capire un cazzo?
Ora non aggrappatevi alla scusa del "non si finisce mai di imparare" perché regge quanto un castello di carte di fronte a un ventilatore acceso: uno impara quando presenta due doti.
-Elasticità mentale.
-Consapevolezza di avere un cervello e poterlo usare.
(La seconda è forse più rara della prima).
Vedo signori e signore che usano la data di nascita impressa nel documento per avvalersi del diritto di sapere, di conoscere e di aver già visto.
Vedo signori e signore che armati di presunzione sminuiscono giovani in qualunque cosa per non affrontare la paura di esser stati superati.
Vedo signori e signore che non capiscono un cazzo.
Che tu sia egiziano, portoricano, italiano, americano o della luna, la cosa non cambia! Se sei genitore prima o poi troverai tuo figlio a confronto con te.
E' un fenomeno normale, diffuso e GIUSTO.
I figli fanno le veci del padre o della madre, ne prendono esempio, ne traggono spunto e delle volte li superano delle volte no.
Io facevo pallavolo, mio figlio ora fa pallavolo e sembra che diventerà più bravo di com'ero io alla sua età.
A) Lo incolpo di ciò, lo umilio, gli faccio capire che non avrà futuro in questo sport e glie lo smetto di pagare.
B) Lo incoraggio perché se lui mi supera e vince dove non ho vinto io, mi rende fiero e mi fa sentire vincitore.
Beh ovviamente le persone che ho in testa ora sceglierebbero B!
Badate bene, se ci fosse una C peggiore, sceglierebbero C senza manco leggerla.
Il progresso non è solo un cazzo di carro che diventa automobile. Non è solo una palafitta che diventa casa galleggiante e non è di certo una memory card che passa da 32 mega a 1 giga.
Il progresso è MENTALE e a me sembra che più andiamo avanti più regrediamo.
La competizione ormai non è solo per il paese d'origine, nello sport o tra aziende concorrenti.
E' anche tra genitori e figli, tra vecchi che giocano a carte al parco e giovani che si divertono con un aquilone! La competizione ormai è tra le persone e il cervello che hanno dentro la testa e io sto notando che alcuni la prendono un pò troppo sul serio.
C'è gente dopata di stupidità che non accetta l'idea che il vecchio lascia posto al nuovo.
Ora non fraintendetemi: sono consapevole che ci sono eccezioni visto che mio padre è una di queste, sono consapevole che il passato va rispettato perché è la base del presente e sono consapevole che i giovani troppo spesso sbagliano.
Ciò che affermo e sottolineo è: SBAGLIARE è GIUSTO DELLE VOLTE.
Ora mi devo calmare che sono più incazzato di prima.
Alla prossima

Io sono la mia maschera




Abbiamo bisogno di sentirci bravi in qualcosa.
Abbiamo bisogno di sentirci migliori di qualcuno in qualcosa.
Essere ultimi fa male, essere ultimi è umiliante, essere ultimi non è accettabile.
Se qualcuno mi dirà che faccio schifo a disegnare, io risponderò che però sono bravo nello sport.
La cosa peggiore è quando queste cose vengono dette di fronte ad altre persone... In quel momento vorremmo spaccare tutto, cancellare la memoria di tutti quelli che hanno sentito quell'affermazione e, soprattutto, ci piacerebbe dimostrare il contrario di ciò di cui siamo stati accusati.
Il problema è che troppe volte, ci attaccano dicendo il vero.
E' così che preserviamo la nostra sanità mentale usando come scusa una maschera.
La maschera è qualcosa di coprente, che nasconde e tiene al sicuro qualcosa nel momento opportuno... Quel qualcosa è la nostra identità.
E' diventato troppo comune ormai, l'affermare che il nostro vero Io è un'altro rispetto a quello che si mostra in determinate occasioni.
E' diventato comodo. E' diventato un bisogno!
La tecnologia poi aiuta enormemente: parliamo di Facebook. Quanti leoni della tastiera esistono che poi dal vivo si rivelano veri e propri imbecilli?
Vedo persone superficiali scontate banali e fastidiose, diventare veri e propri geni una volta tornati alle chat. Danno consigli superlativi citando anche filosofi quasi dimenticati. Ti lasciano di stucco.
A questo punto viene da chiedersi una cosa semplice: se dal vivo è in un modo, e davanti al monitor in un altro, chi sarà il vero Lui?
Chiedetelo al diretto interessato e ovviamente affermerà di essere se stesso da casa. Dal vivo indossa una maschera perché la mentalità media oggi, alla sua età, offre solo persone stupide.
La verità è che sono tutte stronzate.
Partiamo dal presupposto che dietro un monitor tutti possono impersonare chiunque e nessuno ha il diritto di dire "ma" dato che fondamentalmente, se io affermo di essere un campione di nuoto che nel tempo libero fa l'astronauta, te non sei nessuno per obiettare visto che non mi conosci abbastanza.
Ma, escludendo questo presupposto, io oserei dire che una persona è ANCHE chi sembra.
L'abito non fa il monaco, ma se il monaco indossa quell'abito un motivo c'è.
Un individuo medio cerca sempre di dare un'idea di sé ispirandosi a qualche stereotipo: tutti ne abbiamo vari e ognuno varia a seconda del contesto in cui serve.
Quando mi specchio cerco di somigliare al mio attore o cantante preferito, quando esco di casa cerco di somigliare ai miei amici o provo a esser completamente diverso da loro giustificando ciò con "Sono me stesso". Quando mi trovo di fronte a un monitor mi levo la maglia ingozzandomi di nachos al formaggio, quando vado ad un colloquio di lavoro sono educato e composto eccetera eccetera.
Qual'è il vero Me? Quali sono maschere e qual'è il vero volto di questo corpo?
Con gli amici sono me stesso quando dico parolacce e suono ai campanelli per poi scappare.
Con una donna sono me stesso quando le regalo una rosa e le dico che l'amo.
L'abito fa anche il monaco così come il libro è anche la sua copertina.
Io penso che ci sia un solo modo per determinare d'avvero qual'è la maschera principale di una persona...
Badate bene: "Maschera principale" e non "Vero carattere".
Questo "modo" sarà l'argomento principale di uno dei prossimi post nel cui titolo sarà evidente la parola "Buio".

Ora se vi sentite irritati, infastiditi o esageratamente scettici... meglio. Vuol dire che ho ragione io.

lunedì 17 giugno 2013

L'acidità femminile




Ci tengo a premettere che non sono maschilista e non sono qua a criticare il genere femminile, visto che sono il primo a rispettarlo e, ovviamente, apprezzarlo.
Una cosa però va detta: perché noi uomini veniamo sempre etichettati come "i tonti"?
L'uomo matura più tardi, la donna è il futuro, senza la donna non si va avanti, i più grandi casini nella storia umana sono stati fatti da uomini eccetera eccetera eccetera.
Proviamo a vedere la cosa sotto un'altro punto di vista: e se l'uomo, durante il processo evolutivo, vedendo maturare la donna, avesse deciso di ritardare quel processo volutamente?
Conosco ragazze, la mia in particolare, in grado di arrabbiarsi per qualunque cosa.
Se prendono due kg, è colpa tua di quando hai offerto loro un gelato mesi prima.
Se il telecomando è rimasto sopra la tv e già si sono accomodate, è colpa tua perché dovevi prevedere che sarebbe stato meglio metterlo sul divano. Se lo han messo loro lì, è colpa tua che fai far sempre tutto a loro.
Se il vicino fa macello di domenica mattina è colpa tua che non gli dici niente.
Se hanno il ciclo è colpa tua che non capisci cosa provano.
Se sono in cinte è colpa tua che ce l'hai messe.
Se c'è un Se, è colpa tua perché non può essere altrimenti.
Ma, cosa più importante, SE PROVI A RIBATTERE. Quella è la fine. Quella è d'avvero la fine.
Mai ribattere una donna perché troverà sempre il modo di farti sentire un completo imbecille. Se quel modo non c'è, il motivo diventa: "E' così e basta".
Mediamente la ragazza cerca sempre il ragazzo più grande; in psicologia motivano ciò legandosi alla preservazione della specie. Io direi che è solo perché ha più pazienza e sa stare in silenzio mentre loro sbraitano senza motivo.
Attenzione: state andando in guerra con l'esercito Italiano, sarete in prima fila e il rischio di morte è altissimo. Avete a disposizione solo una telefonata perché il tempo stringe e non c'è modo di farvi salutare chiunque.
La chiamate.
-"Amore volevo farti un'ultimo saluto. Stiamo per agire.."
-"Pronto?? L'AUTOBUS NON PASSA! MALEDETTO IL GIORNO IN CUI MI HAI PORTATO IN QUESTA CITTA'! ME NE VOGLIO ANDARE!" Ecc ecc ecc..
Che essere adorabile.
Fin ora vi ho descritto il genere femminile nella quotidianità, ma non è tutto. Una settimana al mese quella "pace" viene interrotta da un macabro avvenimento: la venuta del ciclo mestruale.
La vostra Lei, non solo non finirà mai le batterie atte a trattarvi male. Ma sette giorni mensili modificherà anche il motore aggiungendo un turbo. Purtroppo legale.
Le parole in una frase raddoppieranno e si affineranno. Non avrà più bisogno di fiato per parlare perché una volta esaurite le risorse polmonari, basterà il movimento delle labbra per mandarvi quelle vibrazioni estremamente acide, che vi faranno capire cosa avete sbagliato.
Sarà un'errore amarle.
Sarà un'errore odiarle.
Sarà un'errore commettere errori.
Ricordate cari compari uomini: non chiedete mai spiegazioni. Non so se ne hanno o no, ciò che so, è che non capirete.
Ora devo andare... la mia ragazza ha il ciclo ed è estremamente acida. Poco fa si è arrabbiata con me perché l'autobus aveva lo specchietto rotto.
Se non dovessi fare altri post, sapete perché.
Buona fortuna popolo maschile!
Buona fortuna anche a me.

domenica 16 giugno 2013

Primo appuntamento post # 1







Quanto segue è un post.
Genio eh?
Questa volta affronterò il tema "primo appuntamento". Se avete notato nel titolo c'è il numero uno, al riguardo posso dirvi che questi saranno ben Tre post, riguardanti tre possibili modi in cui potrebbe svolgersi questo fantomatico "primo appuntamento".
Questa parte sarà recitata da un medio individuo insicuro. Nella seconda avremo un egocentrico e come ultimo, lo vedrete a tempo debito.


Preparativi, l'agitazione si fa sentire: "La ragazza mi piace parecchio ma io sicuramente non sono all'altezza. Lei merita di più. Se dovessimo paragonare questa situazione a un film adolescenziale americano, lei potrebbe somigliare alla Cheerleader cui vanno dietro i giocatori di football, quando io somiglierei al quattrocchi dalle lenti di quattro centimetri, col sorriso metallico a causa dell'apparecchio, e le lentiggini ovunque.
Basso, ovviamente.
Ma no dai, non sono così brutto. Non è la prima ragazza con cui esco e non devo sminuirmi così.
Andrò là, mostrerò il mio vero carattere e se le piaccio bene, se non le piaccio vuol dire che non è destino.
Faccio tardi se continuo a crogiolarmi nei dubbi e nelle paure: metto la camicia o una semplice t-shirt?
Questo può andare. Anche se su Zac Efron stavano meglio... Farò cilecca. Le dico che non vado dai, non posso. Sto male. Ed ecco il mal di testa, oddio svengo.
BASTA! Io sono S.! Io valgo! Io posso farcela! Camicia a quadri, jeans e Adidas. Fate largo donne!
Tragitto verso il punto d'incontro: "Ce la faccio, ce la faccio, ce la faccio. Forse era meglio la t-shirt, la camicia fa troppo football player. Oddio svengo ancora.
Facciamo così: le dico che mia mamma non mi ha dato la macchina perché le serviva a causa di un.. cazzo sto andando a piedi.
Le dico che faccio tardi perché non trovo le chiavi di casa e all'ultimo disdico tutto scusandomi. Lei capirà! Lei non può chiedermi di uscire senza chiavi. Lei... Sono ridicolo.
Svengo, ne sono sicuro.
Avvistamento. Lei è già li? "Oddio eccola. Si ne sono sicuro. Cavolo è bellissima. E' più bella di come credevo, oddio oddio oddio. Bene, disinvolto sicuro di te e mezzo sorriso. Zac Efron lo fa sempre: storge il lato destro della bocca così da assumere un'aria affascinante e misteriosa allo stesso tempo.
Mi cadrà ai piedi. Sarà mia, ne sono sicuro!
Messa a fuoco: "Okei non è lei. Se solo avesse sentito la metà degli aggettivi che le avevo attribuito scambiandola per questa vecchia seduta, non so se avrebbe pianto o riso.
Io ora la finisco di pensare, la finisco di farmi domande stupide e aspetto.
Se ha accettato un mio appuntamento un motivo ci sarà no?
Questa è la volta buona che svengo.
Ascesa: "Eccola! Si è lei! Controllati S. Zac lo fa. Zac si controlla ed è sicuro di sé. Calma e sangue freddo: vai lì, le porgi la mano e le dici - Ehi bella- occhiolino.
No così sviene lei. Vai lì, le dai due baci sulle guance e le sorridi con l'angolo destro della bocca. Nah, potrei esser sfacciato.
Facciamo che aspetto che sia lei a venire.
Scambio di idee: " Il saluto è andato bene. Devo attaccare bottone e rompere il ghiaccio, devo farle capire che starà bene con me e che sono quello giusto. Devo sbrigarmi! Cosa le chiedo cosa le chiedo cosa le chiedo!!

-"Ti piace Zac Efron?"
-"No, lo odio."
Svengo.

L'ipocrisia




Non vi dirò Buongiorno.
Non vi dirò Buonasera.
Io non so se oggi sarà una buona giornata e non sono tanto ipocrita dall'augurarlo a chi manco conosco, visto che sinceramente, non ne ho interesse.
Siamo una società fondata sull'ipocrisia. Sui falsi perbenisti e sui predicatori del bene pieni di scheletri nell'armadio.
Lo stesso "buongiorno" è falso.
A noi non interessa affatto della giornata altrui. Possiamo esser interessati a persone singole, a una stretta cerchia di individui cui vogliamo bene, ma non a tutti. E' per questo che quando auguriamo una buona giornata a qualcuno, siamo per lo più falsi.
Cortesia? La cortesia è ringraziare dopo aver ricevuto un piacere. E' il dare del Lei a un'estraneo. E' il far passare prima una persona quando si apre un portone.
La gente è abituata ad agire senza porsi domande: "buongiorno, come va? Bella giornata vero?" Quando in realtà non si è interessati minimamente allo stato d'animo dell'interlocutore. La giornata è bella ed è una cosa evidente, quindi non mi interessa un'ulteriore conferma.
I bambini sono più sinceri.
I bambini vado dritto al sodo: "Quel giocattolo è mio!" E non: "Salve signore, il mio nome è S. Vorrei solo farle notare che sta utilizzando un mio oggetto." E bla bla bla.
Si gira sempre intorno a frasi semplici. Si mettono sempre mille cortesie per pura immagine.
Noi vogliamo apparire educati, benpensanti, altruisti, composti.
Prendete una persona generosa, buona e sincera, ed osservatela mentre sta sola in casa.
Osservate come rutta dopo una cena piena di grassi, osservate come sbraita quando si accomoda nel divano e nota che il telecomando è ancora sopra la televisione, osservate come impreca quando sbatte il mignolo del piede nel comodino di legno.
Osservatelo mentre defeca. Mentre troppo pigro di prendere un fazzoletto, rimuove quella caccola troppo ingombrante, usando l'indice della mano destra.
Poi guardate come si ripulisce lavandosi i denti, i piedi. Guardate come si riveste di tutto punto e uscendo di casa, si arma del solito sorriso amichevole. Guardate come viene da voi, e chiedendovi come va, vi offre una stretta di mano. QUELLA mano.
La verità è che le persone sono un insieme di maschere. E' impossibile decretare quale sia quella originale, anche per noi stessi.
Siamo il prodotto di una società fondata sui giudizi, sulle impressioni, sulle etichette.
La cosa la vedi già dai primi anni di vita: quando la professoressa premia la secchiona anche quando non se lo merita, solo perché solitamente fa un compito migliore del tuo.
Quando io non studio mi prendo due, quando lei non studia può tornare la lezione successiva.
Non c'è parità di diritti? Non siamo nella stessa classe? Ma no. Lei è quella brava e io quello ignorante.
Lei è quella che merita, io quello che merita uno schiaffo. Ma poi, chissà come, lei è quella che a ventinove anni ancora vive coi genitori, io quello che a ventidue esce di mattina presto per andare al lavoro così da pagarmi le bollette di casa MIA.
Siamo una società malata.
Al diavolo tutto.